Easy Rider (1969) di Dennis Hopper

Si dice che sia il racconto del viaggio più invidiato dai bikers, il più famoso road movie americano, il film culto della controcultura del ’68 e il padre degli youth movies. Su Easy Rider si dice questo e ancora di più.

Originari di Los Angeles, i due protagonisti si chiamano Billy e Capitan America e sono interpretati da Dennis Hopper e Peter Fonda, entrambi anche autori e sceneggiatori. Con i serbatoi pieni di contanti guadagnati da traffici di stupefacenti, i due giovani salgono in moto ai loro chopper e viaggiano attraverso gli States per raggiungere il famoso Carnevale di New Orleans.

Il desiderio di evasione e di libertà è lo sparo che dà il via alla corsa. Billy e Capitan America sono ribelli ma pacifisti, anticonformisti ma innocui. Troppo stravaganti e “diversi” per la società agricola della profonda provincia americana, i due motociclisti vengono rifiutati dagli hotel, ignorati dai barman e scherniti dalle persone che incontrano lungo il tragitto. Solo in una comune di hippies trovano vera ospitalità e condivisione del poco cibo a disposizione.

Il viaggio si arricchisce di un nuovo significato quando incontrano George, un avvocato di Texas City che soffre di alcolismo, interpretato da un memorabile Jack Nicholson. Sempre a bordo delle loro Harley Davidson, i tre percorrono le infinite strade americane, solcando paesaggi spettacolari, aridi e caldi, mostrati in lunghe sequenze in movimento che alimentano il desiderio di libertà e perdizione.

Il ritorno alla cruda realtà arriva quando, aggredito a colpi di mazza da un gruppo di uomini incontrati in un villaggio lungo il tragitto, George viene ucciso. Billy e Capitan America decidono di ricordarlo come avrebbe voluto il loro amico: festeggiando in un bordello di New Orleans. Indimenticabile la scena, girata in 16 mm, che segue: un mix di droga, allucinazioni, immagini sconnesse, suoni psichedelici e intuizioni visionarie.

Ma è solo il finale, inaspettatamente crudele, a decretare chi è il colpevole: non gli stravaganti hippy che, durante l’intera pellicola, non si mostrano mai violenti o pericolosi, bensì l’ipocrita e bigotta provincia americana, capace di essere razzista con i propri connazionali.
La morte dei protagonisti è una doccia fredda sull’idea del mito americano. Droga, viaggio, fuga e libertà si fanno illusioni, morte a causa della violenza e della paura.

Nonostante possa sembrare lento e acerbo per le nostre abitudini cinematografiche contemporanee, guardatelo per capire la ancora attuale denuncia della crisi del mito americano; per le canzoni degli Steppenwolf, Jimi Hendrix e Bob Dylan che danno voce alla coinvolgente fotografia di Laslo Kovacs e al singolare montaggio di Donn Cambren; per scoprire il successo di un progetto indipendente, costato meno di 400 mila dollari, capace di incassarne milioni.

 


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