Il reportage di viaggio. Esiste ancora?

Il reportage è un ampio pezzo giornalistico, scritto da un inviato, per approfondire una situazione o un argomento particolare.
Non si tratta di un giornalismo sensazionalistico, di scoop, ma di un giornalismo meditato. Nella maggior parte dei casi, la vicenda che si intende raccontare è già diventata notizia: una guerra in corso, un delitto irrisolto, una catastrofe inaspettata o una crisi annunciata.
Qualunque sia l’argomento, ciò non significa che il reportage non offra delle novità. Al contrario, uno dei suoi punti chiave è proprio la scoperta, o denuncia, di aspetti ignorati. Ciò che fa la differenza tra un articolo di cronaca e un reportage è, infatti, la destrezza del giornalista a svelare i fatti e indagare i dettagli da un punto di vista esclusivo e interno, per riportarli a un pubblico interessato alla vicenda, ma inconsapevole degli aspetti più profondi.
Senza dimenticare che l’obiettivo principale di ciascuna produzione giornalistica di qualità è suscitare riflessioni, dubbi e opinioni, nel reportage è fondamentale anche il commento dell’autore. Arricchendo il testo di sensazioni personali o altrui, il giornalista acquista, inoltre, una parte da protagonista.

Qui, diamo attenzione al reportage di viaggio, un sottogenere di quello giornalistico, al quale si aggiungono la componente narrativa e la marcata successione temporale e spaziale. Assieme alla cronaca del tragitto e alle testimonianze, il viaggio diventa la tematica principale, la trama che regge la struttura del racconto e la sola chiave che permette di comprendere il vero perché degli eventi.

Dietro a ogni reportage di viaggio, c’è preparazione e consapevolezza di scrittura. Prima della partenza, il viaggiatore progetta l’itinerario, sceglie i protagonisti, identifica la causa da seguire e individua quelli che saranno i tratti distintivi del reportage, tenendo sempre presenti gli interessi del target (il pubblico a cui è indirizzato), valutando i feedback (il possibile ritorno in senso di approvazione) e la risonanza nel mondo dei media.
Durante la realizzazione del viaggio vero e proprio, l’autore deve essere abile a evitare distrazioni che lo portino “fuori tema”, ma allo stesso tempo deve sentirsi libero di imbroccare quelle inaspettate vie che gli permettono di approfondire ulteriori aspetti della vicenda interessata.
Al ritorno, solo a viaggio concluso, si dedica alla trasformazione dell’avventura in racconto. Per la sua caratteristica di dover proporre una sorta di sguardo esaustivo, approfondito e completo su un luogo e su una causa, il reportage risulta efficace se, fin dalle prime righe, l’autore ha avuto modo di elaborare le scoperte e ha ben chiaro come il resoconto testuale del viaggio si protrarrà nelle righe successive.

In Italia, i grandi viaggiatori-inviati che hanno consolidato questo genere sono stati Luigi Barzini, Guido Piovene, Goffredo Parise, Anna Maria Ortese e Alberto Moravia. A Barzini, il merito di aver scritto La metà del mondo vista da un automobile. Da Pechino a Parigi in 60 giorni (1908), racconto del raid automobilistico Pechino-Parigi, che conduce i lettori contemporanei in terre lontane, aprendo loro gli occhi su scenari nuovi e popoli diversi. Ricordiamo anche Viaggio in Italia (1957) di Guido Piovene, ambiziosa guida sull’Italia del boom economico e, per quanto riguarda i reportage su paesi esteri, ricordiamo quelli svolti in Russia da Anna Maria Ortese e quelli di Goffredo Parise, scrittore di successo che sceglie la vita dell’inviato speciale, firmando Cara Cina (1966) e il libro dedicato al Giappone L’eleganza è frigida (1982).
Più recenti, invece, le opere di altri due grandi viaggiatori: Ryszard Kapuściński, giornalista e scrittore polacco alla costante ricerca del contatto con l’Altro come in Ebano (1998), e Tiziano Terzani, esperto conoscitore di Sud Africa, America, Cina e U.R.S.S., documentando di quest’ultima la fine del mondo sovietico nel suo testo Buonanotte, signor Lenin (1992).

Nonostante l’avvento di internet e l’incontenibile mare di notizie che ha decretato la crisi della “carta”, il reportage di viaggio ha saputo mantenere il proprio ruolo. Puntando tutte le risorse su approfondimento e qualità, i reporter più capaci non hanno smesso di scrivere, bensì hanno arricchito le loro opere di contenuti multimediali, sfruttando i nuovi e diversi canali a disposizione. Riviste online come Erodoto 108, AND o Q Code Mag non devono essere considerate pericolose per il giornalismo di viaggio tradizionale, bensì la sua naturale evoluzione.

Testi incentrati sull’esperienza del viaggio vengono ancora pubblicati (e, di conseguenza, letti) e ciascuna testata giornalistica continua a dedicare spazio al mondo del turismo.
Il reportage di viaggio ha solo cambiato aspetto e, forse, sta diventando un genere di nicchia. Ma finché appassionati e coraggiosi reporter continueranno a proporre la loro versione di un fatto da un punto di vista privilegiato e interno, allora continuerà a esistere questa nobile forma di scrittura.


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