A proposito di Schmidt (2002) di Alexander Payne

Lo so, siamo tutti ben poca cosa di fronte all’Universo e suppongo che il massimo che uno possa sperare è di fare qualche volta la differenza. Ma io quando mai ho fatto la differenza? C’è una cosa al mondo migliorata grazie a me?

Dopo una vita occupata dal lavoro, arriva la pensione, trampolino verso la vecchiaia. Dopo un vita dedicata al matrimonio, arriva la precoce e inaspettata perdita della moglie Helen.
Tratto dal racconto About Schmidt di Louis Begley, il regista Alexander Payne ci racconta la storia, per nulla atipica, di Warren Schmidt, un sessantaseienne di Omaha, Nebraska, che si ritrova realmente solo e viene messo, forse per la prima volta, a dura prova di fronte all’amarezza della vita.

Ma proprio quando tutto sembra perduto, sfuggente perché già scritto, ecco l’occasione per “fare la differenza” e provare a cambiare il destino.
La sua unica figlia Jeannie vive e lavora a Denver ed è in procinto di sposare, secondo il parere di Warren, un idiota.
Comincia così un lungo viaggio in camper, un undici metri pieno di ricordi, con il quale percorre long road americane per convincere Jeannie ad annullare il matrimonio.

Lungo il tragitto, Warren incontra una serie di personaggi disturbati, ridicoli, al limite del grottesco. Payne racconta questi “siparietti” con voluta ma distaccata ironia, con il fine di far emergere una celata solitudine da troppo tempo nascosta sotto una marcata superficialità, due tratti tipici della nostra società contraddittoria e problematica.

La pellicola è piacevole, poco impegnativa e fa trasparire con forza la dimensione sanatoria del viaggio.
Spicca, inoltre, la straordinaria interpretazione di Jack Nicholson nei panni di Schmidt. L’unicità della sua espressione temibile ed enigmatica con il sopracciglio rialzato acquista, in Warren, acquista una nuova immedesimazione. Warren è dannatamente normale e, troppo tardi, si accorge di essere stato tale per tutta la vita.
Di fronte alla consapevolezza di una vita sprecata, si scrolla di dosso l’individualismo collettivo, la persecuzione del “benessere”, l’ottimismo sforzato e la realtà della noia per compiere un viaggio che dia un senso alla vita e a quella di sua figlia.

Toccante la scena finale, a metà tra fallimento e conquista di un nuovo modo di essere. La soddisfazione di aver fatto finalmente la differenza per qualcuno si manifesta nel conforto che Warren trova nell’intrattenere un rapporto epistolare con Ndugu, un bambino africano di sei anni adottato a distanza.


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