Parigi e il resto del mondo. Cronaca estera e notiziabilità.

Oggi, 14 novembre 2015, tutti gli occhi sono puntati sulla periferia parigina, teatro di attacchi terroristici rivendicati dallo Stato Islamico. La cronaca estera si piazza in prima pagina, davanti a quella italiana, prima ancora della politica e dell’economia. La notizia ha fatto il giro del globo: ciascuna testata trasmette, a proprio modo, ciò che è accaduto solo poche ore fa nella capitale francese.

Doveroso un pensiero alla bella Parigi. La terza città più visitata al mondo nel 2014, battuta solo da Londra e Bangkok, oggi rilascia immagini ben diverse da quelle che siamo soliti ammirare. Fotogrammi intrisi di paura, commoventi e strazianti. Luci spende e strade deserte, in un clima surreale di rabbia e vendetta.

Ma ogni giorno siamo bombardati di simili immagini, spesso anche più crudeli, provenienti da luoghi più o meno distanti geograficamente.
Perché, allora, i fatti dei cugini d’oltralpe ci toccano più degli altri? Perché le stragi di Parigi indignano di più rispetto alle stesse carneficine, rivendicate con la stessa ideologia jihadista, spinte dalla stessa sottomissione religiosa, svoltesi con la stessa freddezza a discapito degli stessi civili impauriti, ma con l’unica differenza di essere ambientate in Medio Oriente o in Africa?

Uno dei criteri di notiziabilità è la vicinanza del fatto accaduto. Se vogliamo conoscere i dettagli di qualche evento in Sud America o in Estremo Oriente che non rientra nell’agenda mediatica, dobbiamo cercarlo. Ma l’utilizzatore medio di Internet è viziato, passivo e pigro e pretende che tutto appaia sul proprio schermo.

Evitate chi, con polemica, chiede lo stesso trattamento mediatico degli attentati parigini per ogni strage che avviene nel mondo. Sarebbe impossibile. Da quando esiste il mestiere di giornalista, esistono anche le regole di notiziabilità. Con il cuore possiamo essere vicini a ogni eventi drammatico, ma non possiamo pretendere la stessa parità di diffusione. Il mondo dei media non corrisponde a quello reale (ogni tanto – purtroppo – serve ricordarlo), ma è solo un’immagine parziale e programmata in base a quello che, comunemente, si ritiene che la propria comunità voglia (o debba) conoscere.

Evitate anche chi, ingenuamente, afferma che siamo tutti uguali. Balle. Non è così ed è giusto che non sia così. Siamo diversi l’uno dall’altro, mangiamo cose diverse, desideriamo cose diverse, vestiamo abiti diversi, ecc. Una volta compresa la diversità, potremo accettarla.

Ma una delle pecche di Internet è che, se utilizzato con superficialità, esclude la diversità, avvicinando solo chi è già simile. Ecco allora perché i fatti della scorsa notte avvenuti a Parigi ci hanno toccato nel profondo. Perché potevamo essere noi. La paura che un fatto simile possa accadere in una delle nostre città italiane è, oggi come non mai, percettibile. Con il Giubileo alle porte, lo storico scontro Occidente-Oriente, Cristianesimo-Islam, può giocare un’altra battaglia.

E’ giusto avere paura. Ma fermiamo chi parla di guerra. Una parola impronunciabile. Soprattutto quando viene utilizzata come fine per portare la pace. Provate a immaginare chi, 100 anni fa, ha visto morire diciottenni spaventati nelle trincee senza comprendere il motivo, o provate solo a chiedere ai vostri nonni cosa provavano a doversi nascondere ogni volta che passava un areo sopra le loro teste.

Se davvero vivessimo in uno stato di guerra, avremmo paura a compiere qualsiasi attività normale: andare a lavoro, ascoltare un concerto in un teatro o tifare la propria squadra allo stadio, ecc. Figuriamoci viaggiare.


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