“Un indovino mi disse” di Tiziano Terzani

«Attento! Nel 1993 corri un gran rischio di morire. In quell’anno non volare. Non volare mai».

Un allarmante avvertimento di un indovino cinese, incontrato per caso a Honk Kong nel 1976, è la profezia che ha permesso a Tiziano Terzani di scrivere uno dei suoi romanzi autobiografici più riusciti.

Tiziano Terzani era un giornalista e scrittore, uno tra i più interessanti e apprezzati per quanto riguarda la corrispondenza estera e di viaggio. Nato a Firenze nel 1938, comincia a viaggiare per il mondo già da adolescente. Gli incontri e i casi della vita lo portano a trasferirsi nel Sud-Est Asiatico (Singapore, Cina, Giappone e Thailandia), dove lavora come corrispondente per la rivista tedesca Der Spiegel.

Nonostante non ci diede molta importanza all’inizio, alla soglia dello sciagurato anno, Terzani comincia a riflettere sulla tragica previsione dell’indovino cinese di Hong Kong. Il noto scrittore toscano, uno dei pochi che ha saputo realmente fare del viaggio la propria essenza, decide di accantonare tutti i pregiudizi occidentali e di comportarsi come un asiatico di fronte a una profezia: assecondarla.

La decisione di non sfidare il proprio destino, anche per dichiarata scaramanzia, dà inizio, così, al suo anno senza aerei. Il migliore della sua vita.

Nel suo libro Un indovino mi disse, Tiziano Terzani racconta quell’anno in prima persona, attraversando affascinanti terre (Laos, Thailandia, Birmania, Cina, Singapore, Malesia, Mongolia, Russia), in un modo nuovo, diverso e lento. Viaggiare senza aerei è, per una persona che per lavoro è costretta a spostarsi frequentemente, un forte ostacolo. L’organizzazione di ciascuna trasferta diventa più impegnativa, soprattutto in ovvi termini di tempo.

Ma quando il confort dell’aereo è sostituito da scomode cuccette di treni, scardinati sedili di autobus, tormentati spostamenti in auto e lunghe traversate in nave, accade che ogni inconveniente e ogni incontro fortuito diventino la chiave di lettura per meglio comprendere la realtà. Concetto base per ogni scrittore di viaggio che non si voglia soffermare al primo e superficiale impatto con il diverso.
Ed ecco che il libro risulta essere, infatti, un dedicato ringraziamento a quell’indovino che gli ha consentito di raccontare quei territori attraverso uno sguardo più intenso e vero.

Una buona occasione nella vita si presenta sempre. Il problema è saperla riconoscere e a volte non è facile.

Un indovino mi disse è la riscoperta della realtà, ma anche della magia. Due concetti che si alternano e si contraddicono a vicenda per tutte le pagine del libro.

La riscoperta della realtà del viaggio (il tempo, lo spazio e il progressivo mutare del paesaggio, delle lingue, delle persone) è, difatti, stata possibile solo grazie alla magia. In ogni luogo visitato in quello scaramantico 1993, Terzani coglie l’occasione per incontrare i più disparati indovini, sciamani e veggenti. Ne consegue un esilarante tombola di numeri sulla data della propria morte e di previsioni sul successo o insuccesso della propria esistenza. Crederci o non, è solo una questione di tempo.

Un indovino mi disse è, ricordiamolo, un racconto autobiografico che tocca anche altri argomenti. Terzani mostra una totale apertura e fiducia verso il lettore: scava nella memoria fino all’infanzia trascorsa a Firenze e rivela i sogni futuri, primo fra tutti il desiderio di trasferirsi in India. Il suo senso critico verso tutto ciò che è materialistico e capitalistico – comportamenti e scelte che contribuiscono a far emergere tutti i lati negativi della globalizzazione, allargando il preoccupante divario tra i ricchi e i poveri, tra il Nord e il Sud del mondo – qui emerge fortemente in approfondite analisi sulla situazione attuale degli Stati visitati.

Un indovino mi disse esprime tutto ciò che è fondamento di una esemplare narrazione di viaggio. Lo stile di scrittura di Terzani (avvincente, curato, attento e mai banale) trova in questa autobiografia la sua perfetta sintesi.

Ogni posto è una miniera. Basta lasciarcisi andare, darsi tempo, stare seduti in una casa da tè ad osservare la gente che passa, mettersi in un angolo del mercato, andare a farsi i capelli e poi seguire il bandolo di una matassa che può cominciare con una parola, con un incontro, con l’amico di un amico di una persona che si è appena incontrata e il posto più scialbo, più insignificante della terra diventa uno specchio del mondo, una finestra sulla vita, un teatro di umanità dinanzi al quale ci si potrebbe fermare senza più il bisogno di andare altrove. La miniera è esattamente là dove si è: basta scavare.


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